Sankt Pauli – Maglia autoprodotta dopo l’addio a Under Armour

Gli sponsor tecnici rappresentano un’importante entrata per le casse dei club calcistici. Contratti come quelli di Real Madrid e Manchester City con la tedesca Adidas o quelli siglati da Nike con Barcellona e PSG sono vere e proprie cascate di milioni, ma anche i club più piccoli riescono a strappare importanti accordi. Accordi che, soprattutto per queste ultime società, si trasformano spesso in boccate d’ossigeno necessarie per far quadrare i conti. A maggior ragione con la crisi dovuta alla pandemia che ha ridotto, e di molto, il giro d’affari del mondo del calcio. 

C’è un piccolo club che però, nonostante tutto, ha deciso di agire in direzione contraria: chiuso l’accordo con un importante brand statunitense, la società inizierà a breve ad autoprodurre le proprie maglie, rinunciando a molti milioni di euro. Il motivo? Lo sponsor tecnico non poteva assicurare che i suoi prodotti fossero equi e sostenibili.

Sankt Pauli – Under Armour: un amore mai nato

Quando si pensa a un club diverso, alternativo, è facile che il primo nome che venga in mente sia quello del Sankt Pauli. Dopotutto, la squadra di Amburgo è universalmente nota per le sue particolarità e l’idea dell’autoproduzione delle divise da gara è solo l’ultimo tassello di un mosaico fatto di decisioni quasi sempre in direzione contraria rispetto agli altri club. Basti pensare al licenziamento, avvenuto nel 2019, del centrocampista Cenk Sahin, reo di aver dato il suo appoggio via Instagram all’offensiva turca in Rojava.

Ma anche restando sul tema dello sponsor tecnico, gli stessi dirigenti della Under Armour si devono essere accorti subito di avere a che fare con un club diverso dal solito. Quando nel 2017, il CEO Kevin Plank, a margine di un incontro con Donald Trump, ha dichiarato che un “presidente con una mentalità così a favore del business è una vera risorsa per il Paese”, il club si è fatto sentire. Il presidente Oke Göttlich si è detto d’accordo con il cestista Stephen Curry, sotto contratto con la stessa Under Armour e anche lui critico nei confronti dell’uscita di Plank: “L’FC St. Pauli non può che essere d’accordo con Steph Curry nella sua valutazione del nuovo presidente degli Stati Uniti. Non c’è altro da dire su questa persona”. Göttlich, sempre nel comunicato, ha poi ricordato il ruolo fondamentale giocato dai lavoratori migranti nel successo di Under Armour.

Insomma, il rapporto tra lo sponsor tecnico e il club non è mai stato idilliaco. La dirigenza del Sankt Pauli, per questo, non è stata a guardare e negli ultimi 18 mesi ha lavorato a un nuovo obiettivo: dare alla sua squadra un kit da gara che fosse prodotto in modo sostenibile e supportasse il commercio equo e solidale, come richiesto dall’assemblea generale del club. Quando si sono sentiti rispondere picche da Under Armour, i dirigenti hanno quindi pensato di creare un marchio interno e lo hanno ribattezzato DIIY: Do It, Improve Yourself (Fallo, migliora te stesso).

Il conto delle maglie fatte in casa: -5 milioni di euro

Come detto, il valore degli accordi commerciali con gli sponsor tecnici può essere molto alto. Lasciando perdere i 120 milioni garantiti da Adidas al Real Madrid e 105 di Nike ai rivali del Barcellona, anche le “piccole” dei principali campionati europei raccolgono cifre importanti. Basti pensare al milione e trecento mila euro che Macron paga all’Udinese. E il Sankt Pauli, a confronto, era riuscito anche a fare di meglio. Nonostante si trovi nella seconda divisione tedesca da ormai dieci anni, il club ha comunque una base di tifosi molto vicina alla squadra e per lo più disinteressata ai meri risultati sportivi. Bisogna poi considerare che sono tanti i simpatizzanti sparsi per il mondo e anche un semplice turista che visita Amburgo, spesso torna a casa con una maglia del Sankt Pauli chiusa in valigia. Per questa serie di motivi, Under Armour nel 2016 aveva negoziato un accordo quinquennale da circa un milione all’anno. E se si guarda alla Bundesliga, nel 2019 club della prima divisione come Hoffenheim e Friburgo non arrivavano alla stessa cifra.

“Fuck Nazis” lo slogan

Le nuove maglie saranno in vendita da maggio e con questa scelta il Sankt Pauli può proseguire con la sua tradizione: “Con il lancio della nostra collezione di sport di squadra – ha spiegato il presidente Göttlich – rimaniamo saldamente sul nostro percorso di indipendenza. La forza di un club gestito dai soci si riflette nella realizzazione delle loro idee. In questo modo possiamo affrontare insieme qualsiasi crisi”.

La ciliegina sulla torta arriva con lo slogan scelto dai tifosi per ornare le nuove divise: a grande maggioranza ha vinto la formula “fcknzs”, che sta per “fuck nazis” (fanculo i nazisti, ndr) un altro simbolo di Amburgo. La città è infatti tappezzata di adesivi riportanti questo slogan.

La peculiare storia del club della città anseatica sembra quindi destinata a proseguire sulla sua strada.

Articolo pubblicato su niccoloschira.com il 6 aprile 2021.

Pubblicato da Federico Sanzovo

Neolaureato e aspirante giornalista, scrivo su carta dal 2008. Sono tra i fondatori di Azzurri di Gloria. Mi occupo di blogging, web writing e social media managing. Amo il web, ma il profumo della carta stampata...

Lascia un commento